La sfida della digitalizzazione industriale

19 Nov 2017

 

Benvenuto sul Blog dell’Impresa Circolare, questo è il primo post ed è bene quindi capire perchè ci si ritrovi qui a parlare di tali argomentazioni. Partiamo da una panaromica del momento storico in cui ci troviamo, cerchiamo di capire dove ci possono portare le tecnologie attuali, comprenderne le reali potenzialità e soprattutto cogliere l’occasione di riuscire a veicolare i nuovi strumenti nella direzione più congeniale alle esigenze della moltitudine di persone.

 

È ormai appurato che stiamo vivendo nella fase di transizione verso la quarta rivoluzione industriale, chiamata anche industria 4.0 ovvero la digitalizzazione industriale. Essa si concretizza nella robotizzazione interconnessa dei processi produttivi, i quali saranno integrati da sistemi tecnologicamente avanzati denominati CPS: cyber-physical system. La parola “integrato” è il cardine che ci aiuta a capire quello che si intende per CPS, vale a dire un meccanismo integrato di software, algoritmi, intelligenza artificiale, sensori per la misura di grandezze fisiche, internet e attività dell’uomo per la gestione, il controllo e il monitoraggio dei processi. In questi meccanismi di “integrazione” ritroviamo tra i più interessanti strumenti: l’analisi dei Big Data, internet delle cose (IoT), machine learning (auto-apprendimento dell’automa), cloud computing (remotizzazione dell’informatica), riconoscimento facciale e vocale, smart grid e guida autonoma. Alcune di queste realtà sono ancora in fase embrionale altre invece già operanti; in realtà siamo ancora in una fase in via di evoluzione che cercherà di integrare, connettere, incrociare dati per il fine di ottimizzare i processi produttivi e creare valore da essi. Si tratta pertanto di una vera e propria “rivoluzione” dello stile di vita delle persone e del loro mondo lavorativo. Come per ogni passaggio epocale ci sarà bisogno infatti di nuove figure professionali, mentre alcune scompariranno; maggiore integrazione tecnologica può significare meno fatica e miglioramento del proprio vivere quotidiano ma anche il sopraggiungere di nuove patologie legate alla tecnologia; le aziende che sapranno cogliere al meglio la sfida e quindi riuscire ad ottimizzare e restare competitive avranno un futuro come impresa, mentre altre che non riusciranno ad adeguarsi al passo si ritroveranno costrette a terminare la propria attività. Non per nulla una delle maggiori preoccupazioni che sta suscitando dibattito è la questione lavoro, dal momento che l’innovazione tecnologica crea meno occupazione rispetto a quanto ne fa perdere, se si considera però solo ed esclusivamente l’azienda e il suo settore specifico. In realtà il problema è sociologicamente più complesso e le dinamiche inerenti all’occupazione sono molteplici tali per cui non si può parlare aprioristicamente di aumento di disoccupazione per colpa della tecnologia. I mutamenti che sovraggiungeranno potranno favorire infatti una considerevole richiesta di servizi diversificati ed inediti, con nuove figure professionali e una crescente offerta lavorativa. D’altronde se così non fosse dalla prima rivoluzione industriale ad oggi, il numero degli inoccupati sarebbe maggiore dei lavoratori.

 

I primi effetti di questa rivoluzione hanno cominciato ad essere evidenti grazie a strumenti come internet e smart phone, i quali sono usati da persone di ogni generazione ed in grado in poco tempo di cambiare radicalmente alcuni aspetti del vivere quotidiano come le relazioni sociali, acquisti, intrattenimento, informazione e tanto altro. A ciò bisogna aggiungere che tutto sarà radicalmente rivoluzionato ancora di più quando i processi di digitalizzazione entreranno nei sistemi produttivi tradizionali, con un’offerta completamente inedita di prodotti e servizi per il “consumatore”. Fermo restando che si voglia mantenere questo tipo di rapporto “classico” in cui la famiglia viene percepita dal sistema produttivo come un mero consumatore.

 

Infatti la vera sfida che vuole essere esposta in questo articolo deve essere quella in cui le famiglie siano in grado di condurre direttamente i processi produttivi grazie alle loro scelte, investendo il loro risparmio direttamente in quei processi produttivi di beni/servizi di cui hanno bisogno, grazie all’integrazione di quei meccanismi people-friendly (vicino alle persone) disponibili con la Crowd Economy per creare valore e trasformare la suddetta transizione in un processo di cambiamento dal basso, migliorativo in primo luogo per la maggior parte delle persone, vale a dire la gente comune. La parola chiave in tale contesto è difatti “diretto”. Abbiamo appreso grazie all’uso del web della possibilità di accedere direttamente a quelle risorse di cui necessitiamo, saltando quelle intermediazioni che eravamo soliti usare e che oggi grazie alla digitalizzazione è possibile ritenerle ridondanti. Alcuni esempi: molti acquisti oggi vengono effettuati online con consegna a domicilio piuttosto che recarsi fisicamente in un negozio, allo stesso modo diverse operazioni bancarie, assicurative e finanziarie possono essere concluse online evitando di recarsi in uffici ed attendere in coda il proprio turno.

 

La sfida della digitalizzazione oggi può assumere ambizioni ancor più rilevanti superando quelle barriere poste tra sistema produttivo e consumatore edificando il rapporto diretto tra questi due mondi mediante la struttura di un’Impresa Circolare. Consideriamo a tal proposito il seguente esempio sulla guida autonoma, il video mostra un possibile scenario futuribile su cui stanno lavorando Airbus e Italdesign introducendo un sistema integrato e modulare di trasporto terrestre ed aereo.

 

 

Progetti su guida autonoma sono intrapresi da numerose case automobilistiche, ormai giunti alla fase di test avanzata, tra cui anche Uber, il cui presidente ha annunciato che in un futuro non troppo lontano le persone non avranno più bisogno di comprare un auto per le proprie esigenze di mobilità, ma richiederanno il servizio (a società come Uber, Volvo, ecc. che stanno già implementando servizi del genere) per spostarsi, con una macchina senza conducente che li preleverà e condurrà dove richiesto; verosimilmente allo scenario mostrato nel video. A prescindere dal desiderio di una persona di voler possedere un’auto e guidarla, uno scenario del genere dipinge comunque aspetti molto accattivanti per i numerosi giovamenti che si possono raggiungere collettivamente, come una drastica riduzione di incidenti (motivo principale dello sviluppo di questa tecnologia), tempo disponibile durante il viaggio, meno problemi di traffico, inquinamento, parcheggi, furti e tanto altro. A questo bisogna aggiungere anche che ottimizzando il flusso degli spostamenti è possibile ridurre i costi di gestione del servizio, aumentando l’efficienza dei veicoli tramite l’ottimizzazione dei tempi di fermo. Numerosi vantaggi e non solo dal punto di vista economico ma anche in termini di qualità della vita. Pertanto ci ritroveremo proiettati un giorno in un futuro dove invece di pagare le rate per l’acquisto dell’auto si potrà pagare un canone per avere un servizio di mobilità abituale o una tantum in caso di uso occasionale e così via.

 

Lasciando come riflessione su quale paradigma si debba basare questo tipo di servizio, vale a dire: grande azienda multinazionale che offre il servizio alle famiglie come consumatori, oppure sulle basi del paradigma strutturato dall’Impresa Circolare in cui le famiglie partecipano col proprio risparmio alla formazione di un’azienda che offra tale servizio, diventandone proprietari e clienti ed ottimizzandone i costi anche grazie alla condivisione del parco macchine.

 

Please reload

Post in primo piano

La sfida della digitalizzazione industriale